Ogni anno in Italia nascono circa 25.000 neonati che presentano difetti congeniti o malattie genetiche. Dagli anni ‘50, per affrontare tale problematica, la ricerca si è sviluppata secondo due direttive: da una parte, cercare di avere a disposizione il materiale biologico fetale da analizzare in una fase sempre più precoce della gravidanza e, dall’altra, ottenere informazioni accurate sulla salute del feto. È così che nasce la diagnosi prenatale cioè, l’insieme delle indagini, strumentali e di laboratorio, mediante le quali è possibile monitorare lo stato di salute del feto durante il corso della gravidanza. Oggi, le varie tecniche di diagnosi prenatale consentono di individuare alcune patologie malformative fetali, le anomalie cromosomiche e malattie genetiche purchè si conosca lo specifico difetto, nonché la presenza nel genoma, cioè l’intero patrimonio genetico, di agenti infettivi (es. Citomegalovirus, Herpes simplex, Varicella, Rubeovirus, HIV, Toxoplasma, Parvovirus).
Presso il nostro studio, una delle priorità, è ascoltare la donna, comprendere le sue emozioni e informarla sulle opzioni diagnostiche e di screening a disposizione, comprese quelle che consentono di conoscere il rischio di trasmissione di alcune gravi malattie genetiche, come la fibrosi cistica. È importante per i dottori Cristina e Luigi Stradella fornire rassicurazioni e ridurre l’ansia, che si associa alla gravidanza, in tutte le coppie e specialmente in quelle a rischio elevato per patologie congenite, informare le coppie a rischio per una determinata patologia congenita, sull’eventuale esistenza di un test mirato per la diagnosi di quella anomalia e permettere loro di ottimizzare la condotta medica, psicologica e postnatale a fronte della anomalia fetale diagnosticata.
È un appuntamento importante per la prevenzione e rappresenta anche la giusta occasione per informare la donna sullo stile di vita corretto e, nel caso, promuovere comportamenti sani (rispetto a fumo, alcol, corretta alimentazione, assunzione di acido folico) ma anche per indagare il livello di immunità per le principali malattie infettive rischiose. Le tecniche di diagnosi prenatale si dividono in “non invasive “ e “invasive”.
Tecniche di Diagnosi Prenatale Invasive
La diagnostica prenatale invasiva comprende l’insieme delle procedure idonee a prelevare tessuti embrio-fetali od annessiali allo scopo di indagare sospette cromosomopatie correlate a quadri malformativi, per la ricerca di agenti infettivi, per la valutazione di parametri ematologici fetali. Le tecniche attualmente utilizzate sono:
- Il prelievo dei villi coriali (villocentesi).
- Il prelievo di liquido amniotico (amniocentesi).
- Il prelievo di sangue fetale dal cordone ombelicale (cordocentesi o funicolocentesi).
Amniocentesi
La diagnostica prenatale ha visto una prima importante rivoluzione già negli anni ’50-’60 del secolo scorso, quando l’amniocentesi è stata introdotta nella pratica clinica e resa disponibile per le donne con gravidanza a rischio. Venne scoperto, che le cellule contenute nel liquido amniotico potevano essere coltivate con successo offrendo la possibilità di ottenere un cariotipo fetale completo ed aprendo la strada alla determinazione delle anomalie cromosomiche fetali. La prima diagnosi di sindrome di Down risale al 1968, per merito del Prof. C. Valenti.
Nel 1972 infine, venne introdotta la determinazione dei livelli dell'alfafetoproteina nel liquido amniotico, per la diagnosi dei difetti di chiusura del tubo neurale fetale. In quegli anni il prelievo veniva effettuato "alla cieca" dal ginecologo, dal momento che l'ecografia non era ancora disponibile. Per questo motivo sussisteva un rischio piuttosto elevato di andare incontro a complicazioni fetali e materne. Oggi si esegue sotto guida ecografica. Il periodo migliore per eseguire l’amniocentesi è tra la 15˚ e la 18˚ settimana di gestazione. Mediante lo studio del cariotipo fetale si può avere una valutazione delle alterazioni numeriche e/o strutturali dei cromosomi che sono causa di malattia. Recentemente la sua applicazione si è estesa anche allo studio di malattie genetiche (fibrosi cistica, emofilia, distrofia miotonica, acondroplasia, X-fragile, beta-talassemia, rene policistico dell’adulto, rene policistico infantile ed altre) e delle malattie infettive (toxoplasmosi, rosolia, varicella, citomegalovirus, etc.).
In mani esperte l’amniocentesi dura pochi minuti. Essa consiste nel prelievo ecoguidato di circa 20ml di liquido amniotico che si riformerà dopo alcune ore. Immediatamente prima dell’amniocentesi, deve essere eseguita un’ecografia in tempo reale per valutare l’attività cardiaca fetale, l’epoca gestazionale, la posizione della placenta, la localizzazione del liquido amniotico e il numero dei feti. Il probabile rischio di un aborto in seguito all’amniocentesi è circa dello 0,1%-0,5%. Le lesioni del feto dovute all’ago sono rare.
Prelievo dei Villi Coriali (Villocentesi)
Il prelievo dei villi coriali (Chronic Villous Sampling, CVS) è utilizzato per la diagnosi prenatale nel 1˚ trimestre. I villi coriali vengono aspirati con una siringa e posti in coltura a breve e a lungo termine in laboratorio. I cariotipi sono ottenuti da entrambe le colture, anche se quelli della coltura a lungo termine sono più accurati. Il vantaggio principale del CVS è che i risultati sono disponibili in una fase molto più precoce della gravidanza. L’incidenza totale degli aborti dovuti al CVS eseguiti nel 1˚ trimestre non è statisticamente differente da quella dell’amniocentesi.
Per l’analisi è, di solito, necessario un minimo di 10mg di villi; 20-25mg rappresentano una quantità ottimale. Le cellule per l’analisi citogenetica sono raccolte direttamente o dopo una notte di incubazione. Quando la diagnosi non è chiara, può essere necessario eseguire anche l’amniocentesi per ottenere una diagnosi definitiva. In generale, comunque, l’accuratezza del CVS è sovrapponibile a quella dell’amniocentesi.
Prelievo di sangue dal cordone ombelicale (Cordocentesi o Funicolocentesi)
I campioni di sangue fetale possono essere ottenuti con la puntura attraverso la cute del cordone ombelicale (funicolocentesi). Sotto guida ecografica si inserisce un ago nell’arteria ombelicale fetale, generalmente vicino al punto di inserzione del cordone ombelicale sulla placenta. La percentuale di aborti correlati alla procedura è di circa l’1%. La cordocentesi è eseguibile dalla 18-20° settimana, per diagnosticare infezioni fetali e verificare eventuali anomalie cromosomiche riscontrate all’amniocentesi oppure in caso di malformazione fetale evidenziata con l’ecografia a gravidanza inoltrata.
Bi-Test e Translucenza Nucale
Il Bi-Test consiste in un prelievo di sangue materno, attraverso il quale si misura la concentrazione delle proteine free Beta-HCG e PAPP-A prodotte dalla placenta. I valori di questi due dosaggi subiscono delle variazioni in presenza di anomalie cromosomiche. La sindrome di Down (o trisomia 21), ad esempio, è frequentemente associata ad un aumento della Beta-HCG e una diminuzione della PAPP-A.
I risultati vengono poi associati ad un esame ecografico detto translucenza nucale per analizzare lo spessore cutaneo della nuca del feto. L’ecografia misurerà l’eventuale accumulo di fluido dietro alla nuca del nascituro, in quanto si è osservato che questo spessore aumenta in presenza di anomalie genetiche o malformazioni congenite. Il periodo ottimale per eseguire questo esame è tra la undicesima e la tredicesima settimana di gravidanza. Con tale esame ecografico si analizz anche l’osso nasale, le valvole cardiache, il profilo facciale, il flusso ematico attraverso la valvola tricuspide e il dotto venoso di Aranzio.
I risultati di translucenza nucale e Bi-Test sono messi in relazione, in modo da dare una diagnosi ancora più attendibile. Infine, i valori emersi dal Bi-Test e dalla translucenza nucale vengono confrontati con altri dati. Le cosiddette mediane di riferimento oltre che con l’età gestazionale e l’età materna. Il risultato sarà un indice di rischio sotto forma di percentuale o frazione, sulla base di un valore soglia. Si tratta dunque di esami probabilistici che non danno una certezza assoluta. Tuttavia se eseguiti scrupolosamente e in modo combinato, possono arrivare ad un’attendibilità del 90-95%. Questi esami, inoltre, sono in grado di fornire indicazioni anche per altre patologie, come anomalie scheletriche, cardiopatie congenite e alcune sindromi genetiche.
